Credere nell’Università: la via accessibile tra Studio, Ricerca e Frontiera

 
Gli anni dello studio in Università costituiscono un’ occasione irripetibile di crescita e di maturazione personale, nella quale si viene posti dinnanzi alla difficoltà di scontrarsi con i limiti, che contraddistinguono l’individuo come singolo, e allo stesso tempo si è messi di fronte alla possibilità di poterli superare, attraverso un percorso comune che conduce a qualificare come adulto responsabile, chi desideri intraprenderlo.
La via accessibile viene individuata dunque in un approccio universalistico allo studio universitario, che rifugga l’individualismo esasperato e la realizzazione personale immaginata in una logica antagonista all’interesse generale e che invece sia fondato su una vocazione intellettuale che si realizza appieno attraverso la solidarietà e la condivisione delle conoscenze a servizio della comunità intera.
È da percorrere quindi la bontà di un’idea di Università, intesa come comunità dialettica e dialogica fra docenti e discenti in cui ci si applica nell’esercizio progressivo finalizzato all’apprendimento e nello studio attraverso l’impiego dell’intelligenza collettiva, ravvisando l’opportunità di partecipare attivamente ai corsi di studi in spirito di simpatia verso le materie e di solidarietà e amicizia con i compagni nelle attività di Facoltà.
Soltanto in tale ambiente si appalesa maggiormente chiarificata l’impressione di come l’intelligenza collettiva non sia (intus legere) esclusivamente un’introspezione speculativa ma anche realmente una capacità di comprensione (inter legere) delle relazioni fra le cose nel contesto loro proprio.
Tuttavia non è possibile fare a meno di osservare che questa opportunità attualmente non risulta effettivamente estesa a tutti i volenterosi. La presenza di ostacoli di natura economica e sociale impedisce la parità di accesso ai corsi e conseguentemente la piena realizzazione della persona umana che è invece compito della nostra democrazia promuovere.
A maggior ragione allora ciò non può esimere, anzi deve interrogare sempre più pressantemente quanti costituiscano parte integrante della comunità universitaria, richiedendo una più forte responsabilizzazione alla costanza di un impegno serio in Università e per l’Università, nella consapevole convinzione che essa rimane l’istituzione centrale per quella sempre più necessaria riscossa morale, etica e civile.
Da ciò è doveroso ripartire per costruire su più solide e stabili fondamenta la nostra casa comune italiana ed europea, mettendo alla base quel “pavimento etico”, che è il bene comune.
Credere nell’Università costituisce una missione cui sentirsi chiamati.
Questa espressione può essere interpretata secondo una duplice lettura: da un lato riconoscere la preziosità del valore e confidare nell’ indispensabile ruolo culturale e sociale dell’istituzione, dall’altro estendere anche negli atenei la propria esperienza di fede, attraverso la testimonianza fedele delle proprie azioni quotidiane ed una comunicazione sincera che si fonda su un linguaggio limpido e costituito da parole coerenti col vissuto personale.
Agli studenti che si riconoscono nel messaggio della buona novella, viene quindi richiesto di essere impegnati nella mediazione culturale, cioè nella capacità di far dialogare fede e cultura, e di affinare il proprio sguardo sulla realtà contemporanea in modo tale da aiutare la Chiesa nella lettura dei “segni dei tempi” e la società nella progettazione di un futuro a misura d’Uomo.
La vita circolare del gruppo fucino è in questo modo testimonianza concreta e tangibile di adesione sincera al messaggio universale di piena umanità.
Nel gruppo infatti si realizza appieno la vocazione alla carità politica, nella sua forma più alta, imparando attraverso la pratica costante della solidarietà, della cura fraterna e del confronto sincero che non esiste libertà nella solitudine e al di fuori della comunità.
Si potrebbe definire una scuola dell’amicizia e della libertà, nella quale tutti possono esprimere al meglio se stessi senza pregiudizi, sicuri di trovarsi in un posto protetto, non perché chiuso ed esclusivo, ma in quanto accogliente ed aperto alle ragioni dell’altro; un luogo in cui s’impara, che si cresce con lo studio, ma soltanto se si sta insieme, se ci si tiene per mano, sostenendosi a vicenda lungo il quotidiano percorso faticoso e felice verso la santificazione per mezzo del servizio di apostolato di vita interiore nelle attività in Facoltà e in Università più in generale.
Lo Studio in tal senso viene inteso non solo come strumentale all’acquisizione di specifiche e settoriali competenze o men che mai di un sapere museificato, “ridotto a mero reperto erudito” , ma come occasione privilegiata per raggiungere una conoscenza vera attraverso un processo incessante di dialogo e rinascita collettiva, che sia pure un “conascere”, un nascere ancora con un nuovo sguardo sul mondo, con una rinnovata coscienza che deve essere costantemente educata a rimanere sempre critica e vigile.
La Ricerca costituisce di conseguenza un metodo di indagine, un habitus mentale, che pone lo studente appassionato in interlocuzione interrogativa con il testo e la sua analisi volta all’interpretazione ermeneutica attraverso quella attenzione curata dei segni che solo la semiotica riesce ad offrire nella sua operatività destrutturante e ricostruttiva di senso.
La Frontiera perciò non può che essere il luogo di approdo di tale ulissiano peregrinare, nello spingersi verso i confini dell’infinito e oltre, per essere avanguardia, pungolo come le prime società cristiane; perché “se l’intellettuale è disinteressato e appassionato è sempre una contestazione vivente.”
Coniugare fede e cultura, anima ed intelligenza, preghiera e studio nelle dimensioni politca-culturale, teologica-spirituale e universitaria è il compito della federazione, la quale si propone come esperienza di vita qualificata e qualificante, che forma negli studenti una “Coscienza Universitaria”, una sensibilità profonda e riflessiva, nella cui interiorità sforzarsi ininterrottamente di ricondurre ad unità le pur distinte sfere temporali e spirituali, coltivando intimamente quel senso profondo di libertà, ispirato dalla tensione perenne ad un’alterità totale, che non produce mai appagamento delle contingenze immanenti.
La FUCI è in ultima analisi chiamata alla responsabilità civile ed ecclesiale: è vocazione alla carità intellettuale e alla mediazione culturale per essere “fermento della società” con quell’intelligenza degli avvenimenti, che si manifesta in primo luogo come capacità di osservazione speculativa della realtà contingente attraverso uno sguardo più profondo su ciò che accade sotto i nostri occhi.
In questi termini definiva la Fuci un nostro indimenticabile assistente ecclesiastico:
“C’è un pugno di studenti, i quali tanto vivono, tanto comprendono, tanto amano l’università, che non per altro in fondo, che per il loro fervore universitario, dagli altri si distinguono e agli altri si presentano. Non ne faccio l’elogio: solo dico come vivono la loro Coscienza Universitaria.”(Giovanni Battista Montini)
Vorrei concludere con un augurio ed un auspicio per i ragazzi dei gruppi che intraprendono il loro percorso formativo in questo anno accademico, con la speranza che possano sempre essere riconosciuti come i fucini della definizione precedente, ossia studenti che si differenziano in quanto cattolici, e che avvertono la responsabilità dell’annuncio salvifico del messaggio cristiano attraverso la propria testimonianza nei luoghi che si propongono di abitare: l’Università, la Chiesa, la Città.
Giambattista Coltraro